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Costruire l’adultità nella disabilità: il valore scientifico del Family Counseling e del lavoro di rete nei processi di transizione

28 set
Tempo di lettura: 15 min

Aggiornamento: 5 ott

Copertina dell’approfondimento su adultità, disabilità, Family Counseling e lavoro di rete. L'immagine mostra tre persone sedute intorno a un tavolo in un'atmosfera collaborativa e sorridente: un giovane uomo con sindrome di Down che guarda verso una donna al suo fianco, e una professionista sulla destra che prende appunti.


In questo approfondimento



Introduzione

Raggiungere l'età adulta è uno dei passaggi più complessi nella vita di chiunque. Non basta compiere diciotto anni, finire la scuola o trovare un lavoro: si tratta di un percorso graduale con cui ridefiniamo chi siamo, come ci relazioniamo con gli altri, quali responsabilità ci assumiamo e quanta voce in capitolo abbiamo sulle nostre scelte. Quando questo percorso riguarda giovani con disabilità, disturbi del neurosviluppo o bisogni di supporto complessi, il quadro si complica ulteriormente. Le questioni individuali finiscono per intrecciarsi con le dinamiche familiari, educative, sociali e lavorative. La domanda di fondo, allora, smette di essere "cosa sa fare questa persona?" e diventa: "quale vita adulta desidera costruire? Di quali sostegni ha davvero bisogno per realizzarla, e come dobbiamo cambiare l'ambiente intorno a lei perché ciò sia possibile?"

Un simile cambio di prospettiva si sposa a pieno con il modello bio-psico-sociale dell'ICF dell'OMS, che non considera il funzionamento come un dato puramente individuale, ma come il risultato di un'interazione continua tra salute, fattori personali e contesto. È proprio l'ambiente, infatti, a determinare se una barriera rimarrà tale o se si trasformerà in un fattore abilitante. A consolidare questa visione ha contribuito la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, spostando l'asse dall'assistenzialismo al riconoscimento della persona come soggetto attivo, titolare di diritti e decisioni. L'art. 19 (vita indipendente e inclusione), l'art. 27 (lavoro inclusivo e accessibile) e l'art. 26 (ruolo del peer support) offrono le coordinate fondamentali per leggere questo passaggio. La transizione, insomma, non può essere ridotta a una semplice pratica burocratica di "collocamento". È un cantiere aperto in cui devono integrarsi autodeterminazione, affetti, lavoro, casa, tempo libero e senso di appartenenza alla comunità.



Dall'inserimento alla costruzione dell'adultità

Per molto tempo ci si è mossi quasi solo in una logica compensativa: individuare il deficit, ridurne l'impatto, far acquisire competenze pratiche e inserire la persona in un servizio dedicato. Sebbene questo approccio abbia portato risultati importanti, rivela tutti i suoi limiti se applicato alla transizione adulta, perché rischia di schiacciare il concetto stesso di "essere adulti" sul semplice possesso di determinate abilità. Si può avere un'ottima competenza lavorativa e, al tempo stesso, non avere alcuna voce in capitolo su come trascorrere la sera, con chi vivere, che relazioni coltivare o come spendere i propri soldi. L'adultità non si misura solo sulle prestazioni, ma sulla possibilità di una partecipazione che sia davvero significativa.

Perché questa partecipazione si realizzi, occorre agire su più fronti interconnessi: dalla percezione di sé alla capacità decisionale, dalle relazioni interpersonali all'autonomia abitativa e lavorativa, fino al coinvolgimento nella vita culturale e sociale. Come evidenzia la Convenzione ONU, le persone con disabilità hanno il diritto di scegliere dove e con chi vivere su base di uguaglianza. La sfida educativa non è "normalizzare" ad ogni costo, ma garantire un ruolo adulto reale, anche quando servono sostegni importanti. Bisogna poi chiarire un punto cruciale: autonomia non significa per forza indipendenza assoluta. L'obiettivo non è "fare tutto da soli", ma poter decidere della propria vita avendo a disposizione i sostegni necessari.

L'autonomia sostenuta rimane comunque autonomia.

Dott.ssa Daniela Di Pasquale



La transizione come fenomeno ecologico

Per cogliere questa complessità ci viene in aiuto la teoria ecologica di Urie Bronfenbrenner. Lo sviluppo umano si gioca dentro sistemi interconnessi: la famiglia, la scuola, i pari, i servizi, il lavoro e le norme culturali del contesto di appartenenza. La ricerca conferma che nei giovani con disabilità intellettiva grave o profonda le criticità della transizione emergono a più livelli e che i bisogni del ragazzo e dei genitori sono strettamente legati. Tuttavia, gli studi attuali evidenziano ancora un limite: la voce diretta dei giovani e il coinvolgimento di tutti gli attori in gioco sono spesso trascurati. Rappresentando la transizione come una serie di cerchi concentrici, possiamo osservare come ciascun livello incida sul percorso dell'individuo:

  • Microsistema: È la sfera quotidiana (famiglia, pari, contesti di vita) dove si fa esperienza per la prima volta delle proprie scelte, delle responsabilità, degli errori e dei successi.

  • Mesosistema: Riguarda l'intreccio tra i vari ambienti (famiglia-scuola, scuola-lavoro, servizi-comunità). Molte delle difficoltà incontrate dai giovani nascono proprio dai cortocircuiti e dalle discontinuità tra questi mondi.

  • Esosistema: Include i fattori ambientali e istituzionali che incidono indirettamente, come la rete dei trasporti, le politiche sociali o la flessibilità del mercato del lavoro.

  • Macrosistema: Riguarda l'immaginario culturale, le aspettative sociali sulla disabilità e le logiche di produttività dominate dalla società.

In quest'ottica, un limite che sembra individuale può essere in realtà il riflesso di un contesto sordo o impreparato. Se un giovane "non si sposta in autonomia", la causa potrebbe risiedere nella mancanza di mezzi accessibili o di indicazioni comprensibili, più che in una sua impossibilità funzionale. L'ICF ci chiede proprio questo: smettere di guardare solo ai limiti del singolo e iniziare a rimuovere le barriere dell'ambiente.



La famiglia: da destinataria dell'intervento a partner del progetto di vita

La famiglia sta al centro di questo processo. Non è solo il luogo in cui si vive, ma il filtro principale tra la persona e il mondo esterno: interpreta i bisogni, supporta le attività quotidiane, fa da ponte con le istituzioni, tutela e crea occasioni di socializzazione. Tuttavia, un ruolo così pervasivo può generare qualche contraddizione. La stessa famiglia che vuole promuovere l'autonomia può scivolare, senza volerlo, in un atteggiamento iperprotettivo. Non si tratta di colpevolizzare i genitori: proteggere è una risposta del tutto naturale a una storia fatta di fragilità, ostacoli e rischi reali. Il compito pedagogico sta nel trasformare questa protezione in uno stimolo all'autonomia, passando dal fare al posto di al fare con, fino al sostenere affinché faccia.

Questo cambiamento richiede di rivedere anche le aspettative e le rappresentazioni genitoriali. Come evidenziato in letteratura, i genitori di giovani con disabilità intellettiva moderata o profonda si trovano spesso ad affrontare un carico assistenziale ed emotivo elevatissimo, con un impatto forte sullo stress e sulla qualità della vita. Al contempo, la presenza di una solida rete di supporto sociale, unita alla resilienza e a adeguate risorse economico-culturali, agisce come fattore protettivo. La conclusione è chiara: non si può promuovere davvero l'autonomia di un giovane senza prendersi cura della tenuta del suo nucleo familiare.



Il “permesso di crescere”: una categoria pedagogica da rileggere

Crescere significa riorganizzare i legami di casa. Se nell'infanzia ai genitori si chiede di proteggere e anticipare i bisogni, nell'età adulta il loro ruolo deve evolvere verso l'affiancamento, la negoziazione e la delega decisionale. Nella disabilità questo passaggio s'inceppa facilmente. Il giovane cresce anagraficamente, ma si tende a guardarlo sempre con le categorie dell'infanzia ("è il nostro bambino", "non ce la può fare"). È quello che si definisce una cristallizzazione del ruolo familiare. E la responsabilità non è solo dei genitori: spesso è il sistema stesso dei servizi a pretenderne la presenza costante, chiedendo loro di firmare, scegliere e parlare sempre al posto del figlio. Per questo motivo, dare il "permesso di crescere" non è un affare privato di una singola famiglia, ma un dovere condiviso tra scuola, servizi sociali, educatori, mondo del lavoro e comunità. La vera domanda che tutti dobbiamo porci è una sola: "quali spazi concreti di decisione possiamo restituire alla persona?"



Autodeterminazione: non soltanto una competenza, ma una condizione ambientale

L'autodeterminazione è un pilastro della pedagogia contemporanea della disabilità. Significa poter esprimere preferenze, fissare obiettivi, scegliere, valutare le conseguenze delle proprie azioni e far valere la propria voce. Non bisogna però cadere nell'errore di sovrapporre autodeterminazione e autosufficienza. Una persona può essere profondamente autodeterminata anche se usa la comunicazione aumentativa, ha bisogno di un accompagnatore o necessita di supporto nelle decisioni. Gli studi mostrano che percorsi mirati fin dall'età scolastica rafforzano queste capacità, anche se purtroppo gli studenti vengono ancora coinvolti troppo poco nelle scelte che li riguardano direttamente. Persino nelle situazioni di disabilità intellettiva grave ci sono evidenze crescenti dell'efficacia degli interventi rivolti all'autodeterminazione. In chiave educativa, quindi, l'interrogativo da porsi non è "quanto sa decidere da sola questa persona?", ma "quali condizioni dobbiamo creare perché possa partecipare alle decisioni nel modo più ampio possibile?"



Il Capability Approach: dalla capacità astratta alle opportunità reali

Il Capability Approach di Amartya Sen e Martha Nussbaum offre una chiave di lettura preziosa: saper fare qualcosa non significa avere la possibilità reale di farlo. C'è un divario netto tra l'abilità teorica, le opportunità concrete e l'effettiva libertà di scelta. Un ragazzo può saper gestire il denaro ma non avere accesso al proprio conto, saper usare i bus ma vivere in un quartiere isolato, avere competenze lavorative ma scontrarsi con aziende inaccessibili, o desiderare una vita affettiva ma trovarsi dentro un contesto che controlla ogni sua relazione. Il punto di svolta sta nel passare dalla domanda "cosa sa fare?" a "quali opportunità ha di trasformare le sue competenze in una vita che consideri piena di senso?" Un approccio che trova piena corrispondenza nelle recenti riforme del welfare italiano.



Il nuovo Progetto di Vita in Italia

Il Decreto Legislativo 3 maggio 2024, n. 62 ha impresso una svolta fondamentale nella normativa italiana. La legge mette al centro il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, legandolo alle valutazioni multidimensionali ma soprattutto alle aspirazioni, ai desideri e alle preferenze della persona. Il progetto spazia su tutte le dimensioni chiave dell'esistenza: apprendimento, socialità, affettività, lavoro, casa e salute. L'obiettivo è superare la logica dei "silos", evitando che PEI scolastico, piani riabilitativi e interventi sociali viaggino su binari separati. Elemento centrale è il budget di progetto, inteso come la ricomposizione di tutte le risorse umane, professionali, tecnologiche ed economiche — sia pubbliche che di comunità. Più che un semplice documento burocratico, il progetto di vita diventa così lo strumento chiave per coordinare una rete d'interventi altrimenti frammentata.


Nota della redazione – Aggiornamento al 25 settembre 2026

Alla data del 25 settembre 2026 la riforma prevista dal D.Lgs. 62/2024 è in fase di sperimentazione progressiva. La provincia di Como è stata inclusa dal 1° marzo 2026; l’implementazione sull’intero territorio nazionale è prevista dal 1° gennaio 2027.



Family Counseling: quale funzione?

In questo scenario, il Family Counseling assume un ruolo strategico, a patto di non confonderlo con la psicoterapia familiare. Non si tratta di erogare una cura clinica, ma di offrire uno spazio psico-pedagogico di ascolto, orientamento, rielaborazione dei vissuti e facilitazione delle decisioni. Non serve a "guarire" la disabilità, ma ad aiutare la famiglia a ritrovare le risorse per sostenere il percorso di crescita del figlio.

L'intervento del counselor si sviluppa su tre livelli integrati:

  1. Livello intrapersonale: Accompagna i genitori nel far emergere e rielaborare paure, sensi di colpa, aspettative irrealistiche o visioni rigide dell'adultità.

  2. Livello relazionale: Aiuta a riorganizzare gli equilibri interni (tra coniugi, con i fratelli) e le relazioni esterne con la scuola e i servizi.

  3. Livello progettuale: Aiuta a trasformare i desideri generici in traguardi concreti. Dire "vorrei che fosse più autonomo" diventa "vogliamo che impari a gestire la paghetta, a fare un determinato percorso da solo e a scegliere le sue attività del tempo libero". È qui che il counseling si fa strumento operativo di empowerment.



Dal “fare per” al “fare con”

Uno dei rischi più diffusi nei servizi è la trappola del doing for (fare al posto dell'altro). Per quanto guidato da buone intenzioni, l'assistenzialismo sostituisce la persona nelle sue scelte. L'alternativa non è lasciarla sola, ma praticare il doing with (fare insieme): graduare i sostegni, usare comunicazioni visive o aumentative, semplificare i passaggi, offrire opzioni chiare e dare il tempo necessario per rispondere. Questo passaggio scardina la falsa alternativa tra autonomia e dipendenza: si può fare uso di un supporto ed essere, al tempo stesso, i veri protagonisti delle proprie decisioni.



La transizione scuola-lavoro: il lavoro come esperienza sociale

Lavorare è un tassello fondamentale dell'essere adulti, anche se non è l'unico metro di valutazione. Il lavoro garantisce un'entrata economica, costruisce identità, crea relazioni e offre un ruolo sociale riconosciuto, permettendo alla persona di non essere vista solo attraverso la lente della sua disabilità. Le evidenze scientifiche dimostrano che le esperienze lavorative svolte già durante la scuola, affiancate da figure di job coaching e contesti accoglienti, facilitano l'ingresso nel mercato del lavoro. Anche la letteratura italiana sottolinea l'efficacia dei tirocini personalizzati e di una formazione orientata alle competenze trasversali. La ricerca invita comunque alla cautela: il counseling o la formazione da soli non garantiscono automaticamente un'occupazione, ma rappresentano componenti chiave all'interno di un sistema d'interventi ben coordinato.



Il gruppo dei pari come spazio di sperimentazione dell'adultità

La famiglia non può e non deve rimanere l'unico orizzonte di vita. Un adulto ha bisogno di amici, colleghi e relazioni affettive al di fuori del nucleo domestico. Il gruppo dei pari è uno spazio insostituibile: permette di confrontarsi fuori dallo sguardo protettivo di genitori ed educatori, sperimentando conflitti, complicità, scelte e condivisione. Un'ampia revisione di studi (umbrella review) evidenzia come i percorsi di partecipazione sociale migliorino il senso di appartenenza e l'inclusione, specialmente quando offrono occasioni reali e personalizzate di coinvolgimento. Il gruppo non è terapeutico in sé, ma lo diventa se offre la possibilità di sperimentare relazioni autentiche e reciproche.



La self-advocacy: diventare interlocutori, non soltanto utenti

Costruire la transizione significa soprattutto stimolare la self-advocacy: la capacità della persona di prendere la parola e dire "questo mi piace", "non sono d'accordo", "voglio provarci" o "ho bisogno di aiuto". Non serve per forza la parola parlata: si possono usare immagini, simboli, strumenti tecnologici o mappe. L'obiettivo non è formare individui del tutto "autosufficienti", ma fare in modo che la persona sia ascoltata e riconosciuta come un interlocutore a tutti gli effetti.



Il lavoro di rete: dall'insieme degli interventi all'integrazione

La frammentazione è la trappola principale della transizione. Spesso la scuola cura l'apprendimento, la sanità la riabilitazione, i servizi sociali l'assistenza e il centro per l'impiego il lavoro. Ma la vita delle persone non è divisa a compartimenti stagni. Fare rete significa superare la semplice somma dei singoli interventi per costruire una regia comune. Non ci si chiede più "chi si occupa di questo problema?", ma "come integriamo le nostre risorse per far raggiungere alla persona il suo obiettivo?" È la filosofia alla base del D.Lgs. 62/2024, che richiede ruoli chiari, un referente unico e verifiche periodiche. Senza questi elementi, la "rete" rischia di rimanere solo una parola vuota.



Il rischio della frammentazione istituzionale

Senza un coordinamento reale si finisce per cadere in quattro problemi ricorrenti:

  1. Ripetizione: La famiglia deve raccontare la propria storia da capo a ogni nuovo servizio.

  2. Contraddizione: Un operatore lavora per l'autonomia mentre un altro mantiene modalità del tutto sostitutive.

  3. Discontinuità: Finito il percorso scolastico, i sostegni crollano all'improvviso.

  4. Responsabilità diffusa: Quando tutti sono responsabili di tutto, alla fine nessuno si fa carico delle cose.



La crisi del passaggio post-scolastico

Il momento più critico coincide spesso con l'uscita da scuola. La scuola è un ambiente protetto e strutturato, fatto di orari fissi, volti familiari e routine consolidate. Quando si chiude quel ciclo, ci si trova spesso davanti a un vuoto improvviso che genera forte stress nei ragazzi e nei genitori. Per evitare questo impatto, la transizione non va gestita all'ultimo momento, ma preparata con anni di anticipo attraverso esperienze graduali.



Preparare la transizione attraverso esperienze reali

L'autonomia non si impara in teoria. Per capire se un ragazzo può muoversi o gestire situazioni reali, bisogna dargli l'opportunità di provare in contesti sicuri: prendere un autobus, fare la spesa, gestire piccoli acquisti, fare un tirocinio o vivere brevi esperienze fuori casa. Mettendosi alla prova sul campo, la valutazione smette di essere astratta e si fa ecologica. Non ci si chiede "è in grado di prendere il bus?", ma "di quale supporto ha bisogno per prenderlo in sicurezza?"


Le esperienze nei contesti reali permettono di sperimentare competenze, relazioni e autonomie, costruendo occasioni di partecipazione anche attraverso le risorse del territorio.


Il ruolo del rischio educativo

Non esiste vita adulta senza margine di rischio. Prendere un mezzo pubblico significa poter sbagliare fermata; lavorare significa poter ricevere una critica; aprirsi agli altri espone al rischio di un rifiuto. L'obiettivo dell'educazione non può essere l'azzeramento di ogni pericolo, ma l'insegnamento a riconoscerlo e a gestirlo. Proteggere significa impedire di affrontare il rischio; educare alla sicurezza significa imparare ad affrontarlo insieme.



Un modello integrato di Family Counseling per la transizione

Traducendo questi principi sul piano operativo, possiamo strutturare il percorso di Family Counseling in cinque fasi:

  • 1. Ascolto: Raccogliere desideri, timori, abilità e ostacoli del contesto.

  • 2. Mappa condivisa: Mettere a fuoco chi è la persona, cosa vuole, quali sostegni ci sono e quali mancano.

  • 3. Obiettivi: Definire traguardi concreti, graduali e realmente desiderati dal giovane.

  • 4. Rete: Coinvolgere e mettere in sintonia famiglia, scuola, servizi, imprese e associazioni.

  • 5. Verifica: Revisionare periodicamente il percorso per adeguarlo ai cambiamenti e ai nuovi bisogni.



Una matrice operativa per il Progetto di Vita

Dimensione

Domanda guida

Indicatori di percorso

Identità

Come si vede come adulto?

Autopercezione, desideri, aspirazioni

Autodeterminazione

Quanto incide sulle decisioni?

Scelte quotidiane, preferenze espresse

Famiglia

Il contesto familiare affianca o sostituisce?

Equilibrio tra protezione e spinta all'autonomia

Socialità

Quali relazioni vive oltre la famiglia?

Amicizie, frequenza di gruppi e comunità

Formazione

Quali competenze desidera apprendere?

Partecipazione a percorsi o laboratori

Lavoro

Che ruolo professionale vorrebbe esplorare?

Tirocini, esperienze lavorative, job coaching

Abitare

Dove e con chi immagina di vivere?

Percorsi verso l'abitare indipendente

Benessere

Cosa garantisce la sua qualità di vita?

Salute, svago, sicurezza percepita

Comunità

Quanto vive il territorio?

Partecipazione ad attività culturali o sportive

Rete

I servizi lavorano con obiettivi comuni?

Incontri di verifica, referenti chiari



Il valore scientifico del Family Counseling: una precisazione necessaria

Parlare di "valore scientifico" del Family Counseling richiede chiarezza. La ricerca non sostiene che qualsiasi colloquio familiare produca automaticamente risultati positivi su tutto. Le evidenze più solide premiano piuttosto alcuni elementi metodologici: la pianificazione centrata sulla persona, il suo coinvolgimento diretto, il sostegno alle famiglie, la continuità dei servizi e le esperienze di lavoro sul campo. Il counseling non è una bacchetta magica, ma un dispositivo professionale fondamentale per facilitare l'autodeterminazione, accompagnare i genitori e fare da raccordo con la rete dei servizi.



La famiglia è partner, non un sostituto dei servizi

Riconoscere l'importanza della famiglia non significa scaricare su di essa i compiti che spettano alle istituzioni. La Convenzione ONU (art. 28) sancisce chiaramente il diritto a servizi di supporto, sollievo e assistenza finanziaria per i nuclei familiari. Il principio di fondo è semplice: famiglia con i servizi, mai famiglia al posto dei servizi. Bisogna evitare a tutti i costi la trappola della "familizzazione" della disabilità, dove l'assenza del welfare viene coperta dal lavoro invisibile dei genitori.



Dalla presa in carico alla co-costruzione

Il cambio di paradigma del settore si può riassumere in quattro tappe evolutive:

  1. In passato: La persona era pura destinataria passiva dell'intervento.

  2. In seguito: La persona è stata gradualmente coinvolta.

  3. Oggi: La persona partecipa alla stesura delle attività.

  4. Prospettiva futura: La persona e la sua rete co-costruiscono insieme l'intero Progetto di Vita.



Una nuova idea di adultità

Alla luce di questo percorso, è tempo di aggiornare il concetto stesso di "adultità" nella disabilità. Essere adulti non significa necessariamente vivere da soli, lavorare a tempo pieno o fare tutto senza aiuto. Significa, più profondamente, occupare un posto nella società dove poter esprimere preferenze, contare nelle decisioni, coltivare affetti, esercitare diritti e dare il proprio contributo, contando su sostegni su misura. L'adultità è una condizione di cittadinanza e di relazione, non un semplice elenco di prestazioni funzionali.



Il vero oggetto della transizione è la qualità della vita

Il passaggio dalla scuola alla vita adulta non è un semplice cambio di servizio, ma una rivoluzione di prospettiva. Si passa dal vecchio schema rigidamente sequenziale (scuola-servizio-lavoro-assistenza) a una visione integrata (persona-desideri-progetto di vita-sostegni-cittadinanza). In questo quadro, il Family Counseling e il lavoro di rete permettono di ricomporre tasselli spesso frammentati in un disegno unitario. La domanda di fondo cambia radicalmente: non ci chiediamo più come adattare la persona ai servizi esistenti, ma quali condizioni dobbiamo creare affinché possa costruire la propria vita adulta secondo i suoi desideri e con i sostegni di cui ha bisogno.



Dalla teoria all'azione: Il progetto "CAPO-LAVORI IN CORSO" e lo Sportello CPE

Le evidenze scientifiche lo confermano: l'inclusione reale si fonda sull'accompagnamento globale della persona e della sua famiglia. È con questa impostazione che Centro Progetti Educativi (CPE) partecipa al progetto “CAPO-LAVORI IN CORSO – Costruire futuri possibili”, promosso dal Comune di San Fermo della Battaglia (Capofila dell'Ambito Territoriale di Como) e finanziato dal PR FSE+ 2021-2027 della Regione Lombardia. All'interno delle azioni dedicate agli Ecosistemi delle relazioni per l’inclusione attiva (Linea 3), CPE cura lo Sportello di Counseling Psico-Pedagogico, mettendo a disposizione delle famiglie un'équipe multidisciplinare specializzata.

Le attività dello Sportello CPE:

  • Counseling Familiare Gratuito: Percorsi dedicati ai genitori per affrontare la transizione scuola-lavoro e impostare il Progetto di Vita.

  • Gruppi Psico-Educativi: Laboratori per giovani focalizzati su autonomia relazionale, competenze trasversali e self-advocacy.

  • Rete Territoriale: Raccordo tra famiglie, collocamento mirato, servizi sociali, enti di formazione e aziende locali.

Info e contatti: Lo Sportello CPE è aperto a famiglie, giovani e operatori dell'Ambito di Como che desiderano costruire percorsi di autonomia personalizzati.



Informazioni sullo Sportello CPE

Per informazioni sulle attività di Centro Progetti Educativi nel progetto CAPO-LAVORI IN CORSO e sulle modalità di accesso, contatta CPE indicando il nome del progetto.








Icona profilo dell'autrice Dott.ssa Daniela Di Pasquale, Pedagogista e Project Manager di Centro Progetti Educativi (CPE).

Articolo a cura di

Dott.ssa Daniela Di Pasquale

Pedagogista – Project Manager di Centro Progetti Educativi


Laureata con lode in Scienze Pedagogiche presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Studi Comparati presso l'Università degli Studi di Genova e sta completando il Master in Europrogettazione e professioni europee presso Sapienza Università di Roma. Ha maturato un'esperienza consolidata nel coordinamento di progetti complessi: prima come ricercatrice e responsabile di progetto presso l'Università di Lisbona, poi come coordinatrice di progetti formativi in istituti di formazione della Brianza. Si occupa di progettazione e coordinamento di interventi educativi, monitoraggio e rendicontazione delle attività, supporto e consulenza pedagogica, gestione di team multidisciplinari e ricerca di bandi nazionali ed europei.


Questo approfondimento ha finalità divulgative e non sostituisce una valutazione o una consulenza personalizzata.



Riferimenti bibliografici e fonti di approfondimento

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