Rabbia, timidezza e isolamento: perché il gruppo dei pari può diventare una palestra di vita
Quando un adolescente si chiude in camera, smette di vedere gli amici o sembra aver perso interesse per le cose che prima lo appassionavano, la tentazione è etichettare tutto come “timidezza”. Ma dietro un ritiro dalle relazioni possono nascondersi cose molto diverse tra loro: ansia sociale, difficoltà a gestire i rapporti con gli altri, esperienze di esclusione o bullismo, bassa autostima, solitudine, stress, tensioni in famiglia o a scuola, a volte anche condizioni psicologiche che meritano uno sguardo più attento. Per questo vale la pena resistere alla scorciatoia di definire un ragazzo “asociale”, “timido” o “svogliato” troppo in fretta.
La domanda giusta, probabilmente, è un’altra: cosa gli sta rendendo difficile, in questo momento, stare in relazione con gli altri? In adolescenza i rapporti con i coetanei acquistano un peso che prima non avevano. Il gruppo dei pari diventa uno dei luoghi in cui il ragazzo sperimenta autonomia, senso di appartenenza, cooperazione, conflitto, capacità di negoziare e comincia a costruire la propria identità. Questo non vuol dire che il gruppo sia una soluzione buona per tutto, né che basti “stare insieme agli altri” per risolvere un disagio.
Vuol dire, più semplicemente, che un contesto di gruppo sicuro, strutturato e guidato da adulti competenti può offrire occasioni reali per allenare competenze sociali che difficilmente si sviluppano solo ascoltando spiegazioni teoriche.
Un’età in cui cambia il senso dello stare con gli altri

Da bambini, la famiglia è il principale punto di riferimento relazionale. Crescendo, i rapporti con i coetanei prendono progressivamente più spazio e il gruppo di amici diventa il terreno su cui l’adolescente si confronta con domande fondamentali su di sé: chi sono, come mi vedono gli altri, in quali gruppi mi riconosco, cosa mi piace davvero, quanto riesco a essere me stesso davanti agli altri, come posso esprimere un’opinione diversa senza perdere una relazione, come affronto un conflitto, come chiedo aiuto, come mi sento parte di qualcosa.
La ricerca sullo sviluppo dell’identità conferma che l’adolescenza è segnata da processi importanti di esplorazione e definizione di sé, e che questi processi si sviluppano anche attraverso le relazioni significative. Una revisione sistematica ha trovato un’associazione positiva tra la qualità dei rapporti con i pari e lo sviluppo dell’identità, pur precisando che i meccanismi alla base di questa relazione non sono ancora del tutto chiari. Una revisione meta-analisi esplorativa, che ha incluso 364 studi sulle relazioni positive tra pari nella prima adolescenza, nella sintesi narrativa ha messo in luce il ruolo delle competenze socio-emotive e dell’identità, segnalando la scuola e il contesto sociale come ambienti particolarmente adatti a promuovere relazioni di sostegno.
Il gruppo, insomma, non è solo un posto dove passare il tempo: può diventare un vero laboratorio di sviluppo personale.
Quando la solitudine è un segnale da ascoltare
Stare da soli non è di per sé un problema. Un adolescente può aver bisogno di privacy, di tempo per sé, di momenti di isolamento fisiologico e sano. La questione cambia quando il ritiro si fa persistente, comincia a interferire con la scuola, le amicizie o la quotidianità, oppure è accompagnato da sofferenza vera. È utile distinguere tra concetti che spesso vengono confusi: la solitudine, ovvero la percezione soggettiva di non avere le relazioni che si vorrebbero; l’isolamento sociale, cioè una riduzione oggettiva dei contatti e delle interazioni; il ritiro sociale, che indica piuttosto una tendenza a evitare o a ridurre progressivamente le situazioni sociali. Non sono sinonimi e non hanno necessariamente la stessa origine.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità considera le connessioni sociali una componente importante della salute e del benessere e segnala che la solitudine tocca in modo particolare adolescenti e giovani. Anche i dati italiani vanno letti con attenzione: nell’indagine HBSC Italia 2022, l’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che la percezione di essere accettati dai compagni diminuisce passando dagli 11 ai 15 anni; tra i quindicenni, questa percezione riguarda circa il 60% delle ragazze e poco sotto l’80% dei ragazzi.
Nell’approfondimento sul benessere mentale della stessa indagine HBSC 2022, la sensazione di sentirsi soli per la maggior parte del tempo negli ultimi 12 mesi ha interessato circa il 30% delle ragazze e il 10% dei ragazzi tra i 13 e i 15 anni. Sono numeri che non vanno letti come una diagnosi collettiva, ma che aiutano a capire quanto il tema delle relazioni e dell’appartenenza sia centrale in questa fase della vita.
Non tutto il ritiro è “ansia sociale”
Un punto su cui vale la pena essere precisi: un ragazzo che parla poco in gruppo non soffre necessariamente di ansia sociale. Quando assume caratteristiche clinicamente significative, l’ansia sociale comporta una paura marcata e persistente di trovarsi in situazioni in cui si può essere osservati o giudicati dagli altri e può portare a evitare proprio quelle situazioni. Il meccanismo tende a diventare circolare: la paura del giudizio porta all’evitamento, l’evitamento riduce le occasioni di esperienza sociale, questo aumenta l’insicurezza, che a sua volta alimenta un evitamento ancora maggiore. Evitare una situazione temuta dà sollievo nell’immediato, ma impedisce anche di scoprire che quella situazione, in realtà, si può affrontare.
Le linee guida NICE per bambini e adolescenti con disturbo d’ansia sociale raccomandano interventi psicologici specifici, tra cui la terapia cognitivo-comportamentale, che comprende psicoeducazione, esposizione graduale alle situazioni sociali temute, sviluppo delle abilità sociali e la possibilità concreta di metterle in pratica, anche in una modalità di gruppo. È un punto interessante per capire il valore di un contesto gruppale: le abilità sociali non sono soltanto nozioni da imparare, ma comportamenti da sperimentare, ripetere e rendere via via più spontanei. Naturalmente un laboratorio educativo non sostituisce una valutazione clinica quando sono presenti sintomi importanti o persistenti.
Le competenze sociali si imparano soprattutto facendole
Dire a un adolescente “devi parlare di più con gli altri” raramente serve a qualcosa. Anche spiegargli come ascoltare, come iniziare una conversazione o come affrontare un conflitto può essere utile, ma la conoscenza teorica non equivale alla competenza. Una competenza diventa davvero spendibile quando viene spiegata, sperimentata, osservata, corretta, ripetuta e infine trasferita nella vita di tutti i giorni. Le evidenze sugli interventi di social skills training vanno in questa direzione.
Una meta-analisi multilivello che ha analizzato 97 articoli e 839 effect size, relativi a programmi rivolti a bambini e adolescenti non clinici, ha trovato effetti positivi sullo sviluppo delle competenze interpersonali ed emotive, con un ruolo particolarmente favorevole per la componente di skill-building, cioè le attività orientate proprio all’esercizio pratico delle abilità. È anche il motivo per cui un laboratorio ben progettato non dovrebbe ridursi a una sequenza di “attività divertenti”. L’obiettivo resta creare esperienze in cui il ragazzo possa allenare concretamente le proprie competenze sociali.
Il gioco è il mezzo, non il fine.
Il gruppo come ambiente protetto di apprendimento
Un piccolo gruppo crea una condizione intermedia piuttosto preziosa: da un lato non c’è l’esposizione imprevedibile di un ambiente molto grande, come una classe o un contesto affollato, dall’altro non c’è nemmeno la relazione esclusivamente individuale con l’adulto. C’è, invece, un piccolo mondo sociale in cui esercitarsi. È lì che un ragazzo può imparare ad aspettare il proprio turno, ascoltare un punto di vista diverso, esprimere un’opinione, chiedere chiarimenti, fare una proposta, accettare un errore, gestire una frustrazione, negoziare, collaborare, chiedere aiuto, offrirlo, ricevere un feedback, affrontare un piccolo conflitto, riconoscere le proprie emozioni e quelle altrui, partecipare senza dover essere per forza al centro dell’attenzione. Sono abilità che sembrano semplici, ma che costituiscono una parte importante della competenza socio-emotiva.
Cooperare: “da solo non devo fare tutto”

Immaginiamo un’attività in cui il gruppo debba risolvere un problema insieme, una sfida, un gioco cooperativo, un’escape room educativa, in cui ogni partecipante possiede solo una parte delle informazioni necessarie. Il successo dipende dalla collaborazione e questo cambia radicalmente la domanda di fondo: non più “come faccio a essere abbastanza bravo da piacere agli altri?”, ma “come possiamo arrivare insieme alla soluzione?”. È una differenza che conta, perché sposta l’attenzione dalla valutazione personale alla costruzione di un obiettivo condiviso. Per un adolescente che teme il giudizio, un’attività cooperativa offre una forma di contatto con gli altri che ha una funzione concreta.
L’attività, però, va calibrata bene: se la competizione è eccessiva o il clima viene percepito come giudicante, il gruppo può produrre l’effetto opposto. Per questo la strutturazione educativa e la presenza di adulti competenti restano elementi centrali.
Parlare: scoprire che la propria voce ha uno spazio
Per alcuni adolescenti il problema non è non avere nulla da dire, ma avere paura di dirlo. “E se pensano che sia stupido?”, “E se sbaglio?”, “E se nessuno mi ascolta?”, “E se dico qualcosa di imbarazzante?”. Un gruppo ben condotto permette di lavorare gradualmente sulla partecipazione, senza obbligare nessuno a raccontarsi: si può iniziare da domande semplici, attività brevi, giochi di conoscenza, scelte condivise, discussioni su interessi comuni. Passo dopo passo, si può passare dal “parlo solo se mi interrogano” al “posso scegliere quando e come intervenire”. È una differenza fondamentale, perché l’obiettivo non è trasformare un adolescente introverso in una persona estroversa, ma aumentare la sua possibilità di scegliere e di agire, anche nelle situazioni sociali che prima gli risultavano difficili.
Ascoltare: la relazione non è una performance
Le abilità sociali non riguardano solo il saper parlare: una relazione richiede anche saper ascoltare, prestare attenzione, comprendere il punto di vista dell’altro, fare domande, riconoscere emozioni e segnali sociali. In un gruppo, queste abilità si possono allenare in continuazione. Un’attività apparentemente semplice come raccontare una passione, scegliere una canzone, commentare un film o costruire insieme una playlist diventa un’occasione per mettere in gioco espressione di sé, curiosità verso l’altro e reciprocità. La relazione nasce proprio in quel punto: quando non sono solo io a raccontare e non sei solo tu ad ascoltare.
Gestire rabbia e frustrazione: il gruppo insegna anche il conflitto
Parlare di abilità sociali significa parlare anche di rabbia. In adolescenza le emozioni possono essere intense e difficili da gestire, soprattutto quando entrano in gioco appartenenza, esclusione, confronto e giudizio. Un gruppo protetto offre inevitabilmente occasioni di frustrazione: qualcuno non è d’accordo, una squadra perde, una proposta viene rifiutata, un compagno interrompe, una regola non viene rispettata, una frase viene fraintesa. Sono momenti educativamente preziosi, non da evitare a tutti i costi: l’obiettivo è imparare che un conflitto si può attraversare senza rompere necessariamente la relazione.
Un adulto può aiutare il ragazzo a fermarsi, a nominare ciò che sta accadendo, a distinguere intenzioni e comportamenti, ad ascoltare l’altro e a cercare una soluzione insieme. Anche una piccola discussione, in questo senso, può diventare una palestra di regolazione emotiva e problem solving.
Appartenenza: sentirsi parte prima ancora di “avere tanti amici”
Un errore frequente è misurare il benessere sociale contando il numero di amici, ma il senso di appartenenza non coincide necessariamente con la quantità delle relazioni. Per un adolescente può essere molto significativo anche solo avere un gruppo in cui sentirsi riconosciuto, una persona con cui parlare, un’attività in cui sentirsi competente, un luogo in cui sapere cosa aspettarsi, qualcuno che si accorga della sua presenza. La ricerca sulle relazioni tra pari mostra quanto il sostegno sociale e il senso di appartenenza siano legati allo sviluppo socio-emotivo e anche l’ISS sottolinea il ruolo della scuola e dei rapporti tra compagni come risorse per affrontare le pressioni dell’adolescenza e sostenere il benessere. Per questo, quando si parla di gruppo, non bisognerebbe pensare solo alla socializzazione, ma anche ad appartenenza, sicurezza e partecipazione.
E il digitale? Non è semplicemente “il nemico”
Quando un adolescente passa molto tempo online, la tentazione è concludere che smartphone e social network siano la causa dell’isolamento. La realtà è più complessa: i social possono servire a mantenere relazioni, trovare persone con interessi comuni, esprimersi, sentirsi connessi. Allo stesso tempo, alcune modalità d’uso possono associarsi a difficoltà psicologiche e solitudine. Nell’HBSC Italia 2022, l’ISS ha segnalato che quasi tutti i giovani usano i social network e che l’uso problematico è un tema rilevante, soprattutto tra le ragazze: l’indagine rileva un uso problematico nel 13,5% degli adolescenti a livello nazionale, con percentuali più alte nelle ragazze.
La classificazione deriva da una scala di autovalutazione e non equivale, da sola, a una diagnosi clinica. Le ricerche più recenti, però, invitano a non ridurre tutto al semplice tempo davanti allo schermo: una revisione sistematica sullo sviluppo dell’identità ha rilevato che contano anche come i ragazzi usano i social e quali esperienze fanno online, non solo quanto tempo vi trascorrono. La domanda educativa, allora, può diventare: il digitale sta ampliando le relazioni del ragazzo oppure sta progressivamente sostituendo le occasioni di relazione offline? Anche questa è una domanda da esplorare senza giudizio.
Il gruppo funziona quando è progettato, non quando “mette insieme dei ragazzi”

Dalla ricerca sugli interventi di social skills training emerge un punto importante: non basta creare un gruppo perché produca automaticamente benefici. Servono obiettivi, struttura, gradualità e figure capaci di facilitare le interazioni. Una ricerca del 2022 sugli interventi di gruppo per adolescenti con disabilità ha trovato miglioramenti nelle competenze e nella conoscenza sociale. Quindici dei sedici trial inclusi riguardavano però adolescenti autistici: i risultati non sono generalizzabili automaticamente a tutte le disabilità. Vanno inoltre considerate le caratteristiche dei programmi e i limiti metodologici delle ricerche disponibili.
Allo stesso modo, una meta-analisi del 2024 sugli interventi di abilità sociali per adolescenti con disturbo dello spettro autistico di livello 1 ha rilevato effetti positivi sulle competenze sociali, evidenziando però eterogeneità tra gli studi e possibili bias di pubblicazione. È un elemento importante anche dal punto di vista educativo: il gruppo non deve diventare un luogo in cui il ragazzo viene semplicemente “messo alla prova”, ma un ambiente in cui può sperimentare, sbagliare, riprovare e ricevere un accompagnamento adeguato.
Non chiediamo a un ragazzo di “diventare estroverso”
Questo è forse il messaggio più importante di tutti. L’obiettivo non è cambiare la personalità di un adolescente. Essere introversi non è una malattia, essere riservati non significa essere incapaci di avere relazioni e aver bisogno di tempo da soli non è di per sé un segnale di disagio. Il problema nasce quando la paura, la solitudine o le difficoltà relazionali limitano in modo significativo la possibilità di partecipare alla propria vita. In quel caso, creare opportunità di esperienza sociale graduale può far parte di un percorso più ampio.
Il gruppo può diventare il luogo in cui un ragazzo scopre, un po’ alla volta, che può stare con gli altri senza dover essere perfetto, che può sbagliare senza essere per questo rifiutato, che può dire quello che pensa, ascoltare gli altri, chiedere aiuto, contribuire, sentirsi parte di qualcosa. Sono esperienze piccole, ma lo sviluppo procede spesso proprio così: tante esperienze concrete che, ripetute nel tempo, diventano competenze.
Quando è importante chiedere un aiuto specialistico
Un laboratorio di gruppo può essere una risorsa educativa preziosa, ma non tutte le forme di isolamento si risolvono solo attraverso la socializzazione. Vale la pena prestare particolare attenzione quando il ritiro dura nel tempo e tende ad aumentare, porta a evitare sistematicamente scuola, amici o attività, è accompagnato da una forte paura del giudizio, si associa a tristezza persistente, irritabilità o marcata perdita di interesse, compromette in modo significativo il funzionamento scolastico o familiare, si accompagna ad alterazioni importanti del sonno o dell’alimentazione, è legato a episodi di bullismo o cyberbullismo oppure produce una sofferenza evidente nel ragazzo. In questi casi è importante rivolgersi a professionisti qualificati per una valutazione individualizzata. Il principio resta semplice: prima si comprende il bisogno, poi si sceglie il contesto di intervento più adatto.
La relazione come competenza da allenare
L’adolescenza non è soltanto il periodo in cui si “diventa grandi”. È la fase in cui si costruiscono competenze che accompagneranno la persona anche nell’età adulta: comunicare, collaborare, gestire il conflitto, chiedere aiuto, riconoscere le proprie emozioni, rispettare quelle degli altri, costruire relazioni significative. Per questo si può considerare il gruppo dei pari una palestra di vita, non perché ogni gruppo sia automaticamente positivo, né perché stare con gli altri risolva ogni forma di disagio, ma perché un gruppo sicuro, guidato e pensato con obiettivi educativi può offrire qualcosa che nessuna spiegazione teorica può sostituire: l’esperienza diretta della relazione.
È proprio attraverso l’esperienza, passo dopo passo, che un adolescente può scoprire che stare con gli altri non significa necessariamente essere giudicato. Può significare essere ascoltato, contribuire, ridere, sbagliare, riprovare e, soprattutto, sentirsi parte.
BenEssere Lab: trasformare la relazione in esperienza
È da questa prospettiva che nasce BenEssere Lab, il progetto di CPE dedicato al benessere e alle competenze relazionali in adolescenza. L’idea di fondo è semplice: per imparare a stare con gli altri, bisogna avere occasioni concrete per farlo. In un piccolo gruppo, attraverso attività strutturate e guidate, gli adolescenti possono sperimentare situazioni in cui comunicare, collaborare, ascoltare, affrontare piccole difficoltà e costruire progressivamente un senso di appartenenza.
Le attività, a seconda degli obiettivi del percorso, possono comprendere:
giochi cooperativi, per sperimentare collaborazione, comunicazione, negoziazione e gestione della frustrazione;
problem solving educativo, per trasformare la soluzione di un problema in un’esperienza di cooperazione, in cui ogni partecipante mette a disposizione capacità diverse;
attività legate alle passioni (musica, film, giochi, interessi personali) che diventano ponti naturali per conoscersi e trovare punti di contatto;
momenti di confronto, spazi strutturati in cui imparare ad ascoltare, esprimere un’opinione, riconoscere emozioni e condividere esperienze rispettando i propri tempi;
uscite e attività sul territorio, per trasferire progressivamente le competenze sperimentate nel gruppo a contesti diversi, più vicini alla quotidianità.
L’obiettivo non è “correggere” la timidezza né trasformare un adolescente in qualcun altro, ma offrire uno spazio sufficientemente sicuro in cui poter sperimentare nuove modalità di stare con gli altri, rispettando caratteristiche, tempi e bisogni individuali.
Per conoscere BenEssere Lab e ricevere informazioni sulle modalità di partecipazione, consulta la pagina del progetto.
Quando un cambiamento diventa difficile da leggere
Se il ritiro o le difficoltà relazionali producono sofferenza e limitano la vita quotidiana, un confronto con professionisti qualificati può aiutare a comprendere il bisogno e il primo passo più adatto.
Articolo a cura di
Dott.ssa Daniela Di Pasquale
Pedagogista – Project Manager di Centro Progetti Educativi

Laureata con lode in Scienze Pedagogiche presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Studi Comparati presso l'Università degli Studi di Genova e sta completando il Master in Europrogettazione e professioni europee presso Sapienza Università di Roma. Ha maturato un'esperienza consolidata nel coordinamento di progetti complessi: prima come ricercatrice e responsabile di progetto presso l'Università di Lisbona, poi come coordinatrice di progetti formativi in istituti di formazione della Brianza. Si occupa di progettazione e coordinamento di interventi educativi, monitoraggio e rendicontazione delle attività, supporto e consulenza pedagogica, gestione di team multidisciplinari e ricerca di bandi nazionali ed europei.
Questo approfondimento ha finalità divulgative e non sostituisce una valutazione o una consulenza personalizzata.

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